
Cari fratelli e sorelle nelle Scuole Pie,
San Paolo utilizzava l’immagine del corpo per metterci in guardia da un’illusione frequente: che l’occhio arrivi a dire alla mano: «Non ho bisogno di te». Ogni membro, assorbito dalla propria funzione, può smettere di percepire quanto dipenda dagli altri. Fare in modo che membri tanto diversi vivano e agiscano consapevoli di essere un solo corpo costituisce una vera sfida di orchestrazione.
Questo riferimento della Prima Lettera ai Corinzi (1 Cor 12,21) mi viene in mente nei momenti in cui dobbiamo coordinarci con molte persone e armonizzare differenti punti di vista e modi di agire, in mezzo a sensibilità, culture e realtà diverse. Tutti abbiamo progetti, priorità, urgenze e modi di comprendere la realtà; abbiamo anche le nostre agende, e non sempre è semplice. Con un sorriso, qualche volta ho pensato a questa immagine nel contesto della nostra vita religiosa. Forse anche voi avete provato la stessa sensazione.
Circola tra noi una spiritosa battuta da dopocena scolopico: il giorno del giudizio finale troverà gli scolopi in riunione — e pensare che questa battuta nacque molto prima delle riunioni virtuali! Probabilmente contiene qualcosa di vero, ed è bene che ci riuniamo: abbiamo bisogno di incontrarci, ascoltarci, deliberare e prendere insieme le decisioni. Ma neppure una riunione efficace significa necessariamente che camminiamo insieme.
Per questo vorrei dedicare questa Salutatio a una realtà che per noi è essenziale: la comunione. Vorrei farlo pensando in modo particolare alla comunione nelle Scuole Pie e con le Scuole Pie, due preposizioni che ci permettono di addentrarci in una dimensione costitutiva ed ecclesiale dell’Ordine.
La difficile nascita del «noi»
Conviene precisare dove nasce questo «noi». Non nasce in astratto: il corpo — le Scuole Pie — esiste già. Ciò che deve nascere, e non sempre risulta facile, è il «noi» in me. In questo senso, nascita e riconoscimento quasi coincidono: riconoscere significa lasciare che una realtà già esistente prenda vita in me e cominci a far parte del modo in cui comprendo me stesso.
La comunione non è uniformità, né semplice coesistenza. L’uniformità pretende di risolvere la difficoltà del vivere insieme eliminando le differenze. L’individualismo cerca di risolverla prescindendo dai legami. L’una dice: tutti uguali. L’altro: ciascuno basta a se stesso. Qui conviene introdurre una distinzione sottile: la comunione non è una terza via tra queste due posizioni, ma la realtà che entrambe interpretano male: il riconoscimento di ciò che siamo — diversi, ma legati; liberi, ma corresponsabili gli uni degli altri; con un’identità propria, ma appartenenti a un corpo che ci supera.
Vi è qui qualcosa di autenticamente umano e autenticamente cristiano. Non giungiamo a essere pienamente noi stessi nella solitudine: la nostra identità è anche relazionale. L’altro non è semplicemente qualcuno che si aggiunge alla mia esistenza, ma qualcuno davanti al quale scopro anche chi sono.[1] Siamo fatti di legami, di incontri, di parole ricevute e donate, di una storia che non abbiamo costruito da soli. Per questo il «noi» non minaccia l’identità personale né esige di rinunciarvi; la colloca in una verità più profonda. L’«io» non scompare quando nasce il «noi»; paradossalmente, è nella relazione che scopre gran parte della propria verità.
Se, dal punto di vista antropologico, siamo esseri relazionali, la fede cristiana ci conduce ancora più lontano: scopriamo che la comunione ha il suo fondamento ultimo in Dio stesso. Il Dio cristiano non è isolamento, ma comunione. Padre, Figlio e Spirito Santo sono uno senza cessare di essere distinti. La differenza non minaccia l’unità e l’unità non elimina la differenza.
Per questo, il contrario della comunione non è la diversità, ma la rottura dei legami.
Gesù lo esprime in modo straordinario nella sua preghiera al Padre: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi uno in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). La nostra comunione, dunque, non è soltanto una questione interna: è missione. Possiamo educare alla convivenza, parlare di pace e annunciare che ogni persona è nostro fratello o nostra sorella; ma, se viviamo frammentati, qualcosa di essenziale nella nostra testimonianza perde forza.
La comunione comincia a indebolirsi quando l’altro smette di contare per me, quando le sue necessità non modificano più le mie decisioni. Forse questa è una delle tentazioni più sottili di qualsiasi istituzione: non rompere esplicitamente la comunione, ma cominciare a pensare che non abbiamo bisogno degli altri.
In Illo uno unum
Papa Leone XIV ha scelto come motto questa espressione di sant’Agostino, tratta dal suo commento al Salmo 127. Il contesto è particolarmente bello. Il santo di Ippona si domanda come possiamo essere molti e, nello stesso tempo, uno. E trova la risposta in Cristo: siamo membra di un solo corpo, uniti a lui e uniti anche gli uni agli altri. Non cessiamo di essere diversi, ma non possiamo più comprenderci isolatamente, come se gli altri non avessero nulla a che fare con noi.
«Molti cristiani e un solo Cristo […] pur essendo molti, in quell’Unico siamo uno».[2]
Non si tratta, dunque, di un invito generico ad andare d’accordo. L’affermazione è molto più radicale. La nostra unità non la fabbrichiamo noi. La riceviamo. Non nasce, in primo luogo, da un consenso, da un’organizzazione più efficace e neppure da una generosa volontà di collaborazione. Nasce dalla nostra incorporazione a Cristo.
Durante un incontro con gli educatori, Leone XIV ha ricordato che questa dimensione del «con», costantemente presente negli scritti di sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a «uscire da se stessi» e come stimolo a crescere.[3]
Qui si trova una chiave fondamentale della comunione cristiana. Il «noi» non si costruisce semplicemente aggiungendo molti «io». Nasce quando ogni «io» accetta di non essere più il proprio centro. La comunione esige un certo decentramento: riconoscere che la mia vocazione non è esclusivamente mia, che i doni ricevuti non mi appartengono interamente e che neppure la nostra comunità, la nostra opera o la nostra Demarcazione esistono per se stesse.
Mi sembra particolarmente opportuno il motto pastorale di quest’anno: «Siamo uno». Più che un motto annuale, è una chiamata a vivere in modo più autentico ciò che già siamo e, nello stesso tempo, ciò che siamo ancora chiamati a diventare.
Nell’Ordine e con l’Ordine
Vorrei ora applicare questa riflessione alla nostra vita scolopica. Possiamo parlare, anzitutto, di comunione nell’Ordine. È la comunione che cerchiamo di vivere là dove ci troviamo: nelle nostre équipe, comunità, gruppi del Movimento Calasanz, Fraternità, istituzioni o Demarcazioni… Tutti sappiamo riconoscere quando questa comunione esiste e anche quando manca. La sperimentiamo quando ci sentiamo ascoltati e tenuti in considerazione, quando condividiamo le responsabilità, quando le decisioni non vengono prese pensando soltanto a se stessi, quando possiamo contare sugli altri e quando le gioie o le difficoltà altrui arrivano a coinvolgerci. È, in fondo, il «noi» che desideriamo trovare nei luoghi concreti nei quali viviamo la nostra vocazione e la nostra missione.
Questa stessa esperienza ci invita a fare un passo ulteriore: crescere anche nella comunione con l’Ordine. Perché ciò che ci aspettiamo dalla nostra comunità, dalla nostra opera o dal nostro gruppo — che nessuno viva unicamente per se stesso, che ci interessiamo gli uni degli altri e che condividiamo ciò che siamo e ciò che abbiamo — è anche ciò che siamo chiamati a vivere con l’insieme delle Scuole Pie. L’ essere nell’Ordine ci conduce così all’ essere con l’Ordine: la comunione che cerchiamo nei nostri ambiti più vicini allarga progressivamente il proprio orizzonte, fino a farci sentire parte di un corpo più grande.
Essere in comunione con l’Ordine significa sviluppare un autentico sentire cum Ordine: sentire come proprie le gioie, le ferite, le necessità, le sfide e le speranze dell’insieme delle Scuole Pie. Significa non domandarci soltanto di che cosa abbia bisogno la mia comunità, la mia opera o la mia Demarcazione, ma allargare lo sguardo e domandarci anche: di che cosa hanno bisogno oggi le Scuole Pie? Può sembrare un piccolo cambiamento di prospettiva, ma può trasformare molte decisioni.
Il dono e il limite del senso di appartenenza
Le Demarcazioni sono necessarie e preziose perché ci permettono di essere vicini alle persone, di inculturare la missione e di rispondere a realtà molto diverse. Questo senso di appartenenza, veramente prezioso, trova il suo pieno significato quando è vissuto all’interno di un’appartenenza più ampia e non diventa il nostro riferimento ultimo. Per questo conviene ricordare qualcosa di semplice: non apparteniamo alle Scuole Pie perché apparteniamo a una Demarcazione; apparteniamo a una Demarcazione perché apparteniamo alle Scuole Pie. Questo non diminuisce il valore delle Demarcazioni; al contrario, conferisce loro il vero significato.
La comunione si concretizza quando una comunità smette di vivere come un’isola, quando sappiamo guardare oltre la nostra realtà immediata, quando una necessità a migliaia di chilometri di distanza comincia a sembrarci anche nostra o quando ci rallegriamo per una nuova presenza scolopica come per qualcosa di nostro. La forza di una Demarcazione si manifesta anche nella sua capacità di mettere i propri doni al servizio dell’insieme; e una Demarcazione che attraversa delle difficoltà fa parte del nostro stesso corpo.
Desidero inoltre ringraziare tante persone che vivono già in questo modo la loro appartenenza alle Scuole Pie: religiosi e laici che offrono generosamente il loro tempo, le loro capacità e la loro disponibilità; comunità e Demarcazioni che condividono persone, esperienze e risorse; iniziative e reti delle Scuole Pie che ci permettono di lavorare maggiormente in comunione. Sono molti i gesti, grandi e piccoli, che incontro nelle nostre Demarcazioni e che rendono visibile questo camminare insieme. Grazie per questa generosità e per questo modo di sentirvi scolopi e di fare vostre le Scuole Pie.
Un bel segno di maturità vocazionale consiste nell’allargare progressivamente il significato di ciò che chiamiamo nostro. La comunione allarga il cuore. Questo è il sentire cum Ordine di cui abbiamo bisogno: non una semplice adesione istituzionale, ma una vera spiritualità della comunione. Se la comunione è un dono, il nostro compito non consiste tanto nel costruire un «noi» quanto nell’imparare a riconoscerlo e a riceverlo. È un lavoro spirituale, fatto di attenzione e di conversione, affinché ciò che è già vero lo diventi anche per me. Lo stesso verbo sentire lo esprime bene: non si tratta soltanto di organizzare meglio la nostra appartenenza, ma di sentirla, fino a poter sperimentare che ciò che accade alle Scuole Pie mi riguarda.
Alla fine, la questione della comunione diventa molto concreta: quale decisione prenderemmo in modo diverso se pensassimo prima come Scuole Pie e poi come comunità, opera o Demarcazione?
Una domanda ancora più semplice — e più difficile — è questa: quando dico «noi», chi è realmente incluso in questo «noi»? Forse sarebbe una buona domanda per le nostre comunità, équipe, opere e Capitoli. E anche per ciascuno di noi.
Gesù ha chiesto al Padre che fossimo uno. Non perché fossimo più forti, e neppure perché la nostra organizzazione funzionasse meglio, ma perché il mondo creda.
San Giuseppe Calasanzio ci insegni ad allargare il nostro cuore per sentire come nostro tutto ciò che si vive nelle Scuole Pie.
Dio, Padre buono, ci conceda la grazia di riconoscerci gli uni negli altri e faccia delle Scuole Pie una vera comunione per la missione.
Amen.
P. Carles, Sch. P.
Padre Generale
San Pantaleo, 28 agosto 2026, memoria di sant’Agostino
[1] Formulazione particolarmente significativa in Martin Buber, Io e Tu (Ich und Du, 1923), e, più in generale, nella tradizione personalista, in particolare in Emmanuel Mounier.
[2] Multi homines sunt, et unus homo est; multi enim Christiani, et unus Christus […] non ille unus et nos multi, sed et nos multi in illo uno unum.Sant’Agostino, Enarrationes in Psalmos 127, 3.
[3] Leone XIV, Discorso agli educatori in occasione del Giubileo del mondo educativo, 31 ottobre 2025.
