QUATTROCENTO ANNI DALLA VENUTA DEL CALASANZIO A ROMA

(Conferenza di p. Balducci agli ex-alunni l’11.04.’92)

Sono qui a parlare a voi ex-alunni delle Scuole Pie fiorentine che continuate con molta fedeltà a mantenere viva una memoria riconoscente della vostra esperienza all’interno della nostra famiglia.

La circostanza può sembrare lieve, perché tenue: si tratta di celebrare il 400esimo anniversario dell’approdo di Giuseppe Calasanzio a Roma.

Ho usato il termine “approdo” perché c’è una curiosa coincidenza di date. Precisamente cento anni prima, uno spagnolo adottivo, Cristoforo Colombo, fece un viaggio dall’altra parte: attraversò l’Atlantico per dare inizio a quella meravigliosa, e insieme tragica, avventura che fu la colonizzazione del Continente Nuovo. Cento anni dopo, dalla Spagna, un altro navigatore, un altro ricercatore, venne verso di noi, a Roma.

Secondo una ricostruzione pia, devota, leggendaria, riccia di senso, fu una voce che lo inseguiva e gli diceva: “Giuseppe, vai a Roma”. Gli storici, che sono soliti demitizzare tutto, ci raccontano che in realtà il Calasanzio, che aveva fatto una sua esperienza pastorale in Aragonia, veniva a ricercare una sistemazione; quindi, una ricerca del tutto umana.

Allora, soprattutto il clero, veniva a trovare un posto a Roma. Era un po’ la Mecca per i ricercatori di sistemazioni.

Però in lui c’era, e lo aveva dimostrato con la sua vita precedente, anche un fervido desiderio di mettersi al servizio degli uomini, secondo lo spirito del Vangelo. Questa era la sistemazione di fondo. Noi lo sappiamo, e ci muoviamo su due livelli. Una è l’intenzione che ci viene dettata dalle esigenze pratiche della vita. Se c’è solo questa, siamo persone che si trovano a posto appena sistemate. Però c’è un’intenzione che scaturisce dalla coscienza, che è più profonda e che, a volte, sorpassa quella di carattere pratico e, dandosi l’occasione, trionfa apertamente. È allora che troviamo noi stessi e viene, per usare un termine evangelico, la nostra ora. La vera ora di un uomo è quando fa una scelta in cui adempie le sue aspettative più profonde, quelle che non scaturiscono dalla rispettabilissima esigenza di una sistemazione o di un successo, ma dalla fedeltà alla ispirazione morale e cristiana della vita.

Fu a Roma che Giuseppe, dopo esperienze generose – ricordo di lui la dedizione ai malati, la presenza attiva dopo un’alluvione – ebbe l’ispirazione che ha dato alla sua vita di uomo, di cristiano e di sacerdote, una così gloriosa fecondità.

Come sapete, vedendo in Trastevere bambini poveri, capì – e questo il suo grande merito – che il vero modo di soccorrerli non era quello della carità assistenziale, ma di educarli perché fossero uomini capaci di provvedere da soli e di contribuire alla crescita della società. È molto importante collocare nel tempo questo gesto profetico di Giuseppe Calasanzio. È bene che vi spieghi cosa vuol dire il termine “profetico”. Chi ha la fede nel Vangelo, ha la certezza che l’umanità si muove fino ad un orizzonte che è quello in cui – per enunciare il paradosso evangelico – i poveri saranno beati, i miti saranno i padroni della terra, gli afflitti saranno nell’esultanza, i facitori della pace saranno figli di Dio; in cui ci sarà il trionfo di queste forme di vita che nel tempo presente non garantiscono nessun trionfo. I miti, i poveri, i misericordiosi sono come vasi di coccio fra vasi di ferro. Chi non usa furbizia e forza ha l’insuccesso. Questo ci insegna la vita e a volte ci insegna quel senso comune che rappresenta il cascame pedagogico delle famiglie e della società: fatti furbo, sappiti difendere, rispondi come si merita a chi ti offende… La profezia evangelica apre il cuore ad una società tutta diversa. Ebbene, chi ha nel cuore questo sogno, quando si trova nella società concreta, in quel momento e in quello spazio, sente come il bisogno di dare corpo, realtà, fin da adesso, a questa profezia. Il santo non è quello che prega, che va in estasi, che guarda il cielo, secondo certe iconografie convenzionali. Il santo è colui che guarda in terra per scoprirvi la possibilità di dar corpo, di dare concretezza, carne e sangue a questa profezia evangelica. Quando uno – e la storia del cristianesimo è piena di questi uomini – riesce a coniugare nella concretezza della cronaca di tutti i giorni l’ispirazione profetica e la vita umana, compie un’opera di profezia.

Giuseppe Calasanzio ha compiuto una scelta che lo colloca su questa corrente di fuoco che attraversa la storia umana. Però questa profezia non è una vacua, senza risonanze all’interno della semplice storia umana, è anche lì che trova senso.

Prendiamo un esempio: gli ospedali. Essi sono nati dalla carità cristiana, sono nati dal bisogno di aiutare i malati. Successivamente questa creazione – anche nella città di Firenze, pensate alla Misericordia – diventa invece un obiettivo della società civile, per cui oggi nessuna società si ritiene conforme ai propri principi costitutivi, se non ha un ospedale, se non ha un’assistenza sanitaria, e così via. La carità precede la giustizia, quella che poi la coscienza comune riconoscerà come giustizia dovuta. Oggi noi parliamo del diritto alla salute, ma è un concetto balordo nella mentalità del passato. La salute ce l’ha chi ce l’ha e chi l’ha deve aiutare chi non l’ha. Non è che abbia dei diritti. Oggi, invece, il cittadino va di fronte alla società e chiede il soddisfacimento del suo diritto alla salute. Così, il diritto allo studio, è una conquista. I bambini di Trastevere non avevano nessun diritto allo studio. Fu la carità che aprì ad essi la via dello studio, della conoscenza, dell’abilità tecnica.

E quello che allora fu inventato dalla carità è diventato, successivamente, un obiettivo della pratica sociale. Questo è il processo storico.

Se usiamo questi schemi di lettura per dare un senso all’approdo del Calasanzio a Roma, dobbiamo cominciare a dire che in quel periodo la società si stava trasformando. Certe intuizioni non possono nascere in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo, perché le necessità emergono dal cambiamento della società. Immaginatevi una società contadina, antica. C’era forse bisogno di scrivere, di leggere? Non ce n’era nessun bisogno. Noi siamo scandalizzati degli analfabeti, ma in realtà un contadino vecchio tipo sarà analfabeta, ma è un uomo pieno di sapienza, in confronto a cui un laureato delle Scuole Pie fiorentine, a volte, è lui l’analfabeta. Il contadino vive dentro la sua cultura che non ha bisogno di sapere leggere e scrivere, legge il volto degli uccelli, il moto delle nuvole, il giro delle stagioni. Questo è il sillabario della cultura contadina. Ma quando una società si trasforma – è il  nostro caso – quando la campagna si svuota, quando il figlio del contadino si inurba, c’è bisogno di strumenti conoscitivi nuovi, altrimenti quella libertà, quella sapienza, che nella campagna, era garantita dal “sillabario della natura” non c’è più, e abbiamo la disumanizzazione.

Quello che vi dico del Trastevere romano del 1597, è quello che avviene nel Terzo Mondo oggi, nel 1992, dove molti Giuseppe Calasanzio dovrebbero approdare. I bambini di strada del Brasile – ninos de rua – sono una piaga spaventosa e la risposta è inadeguata al bisogno tragico di questi bambini, che vivono abbandonati dalla società, urbanizzata in maniera violenta, per il cambio di cultura produttiva, perché la cultura della nostra società, 1992, è una cultura di tipo industriale.

Questa lettura “materialistica” è necessaria per capire il senso storico di certe intuizioni. Ebbene, i bambini di Trastevere vivevano in una città in cui, da una parte c’erano forme di degrado umano, per la mancanza di contesto conforme alle esigenze dell’uomo, dall’altra parte c’erano nuove domande di lavoro, perché la società si stava trasformando secondo criteri di capitalismo mercantile: stava cambiando il commercio, ed in qualche modo anche la produzione.

Del resto, Cristoforo Colombo non andò in America perché seguiva un sogno. Lo sappiamo dall’analisi contestuale del tempo. C’era un bisogno economico nuovo, data la chiusura dell’Oriente, a causa della presenza dell’Islam. I fiorentini avevano delle banche a Siviglia.

I Medici, quelli che avevano rifatto poco tempo prima la Badia Fiesolana, avevano delle banche a Siviglia, dove c’era un certo funzionario che si chiamava Amerigo Vespucci. C’era bisogno di oro. Data che la società stava cambiando, c’era un’esigenza di moneta e la ricerca dell’oro fu la ricerca ossessiva di Cristoforo Colombo. Lo dice sempre nel suo Diario. Non che questo ci scandalizzi. Diciamo che c’era un bisogno di cambiamento economico. Infatti, il capitalismo moderno nasce con la scoperta dell’America.

Non voglio divagare. Ritorniamo al nostro Cristoforo Colombo del Vangelo che è Giuseppe Calasanzio. Egli rispose ad un bisogno della società. La società voleva cittadini competenti, capaci di contribuire attraverso la conoscenza ed una certa forma di istruzione alla crescita che allora si imponeva. Ecco perché le Scuole Pie ebbero un largo successo. Non solo per la generosità che abbracciarono la stessa via del Calasanzio, ma perché, ovunque, la società aveva bisogno della scuola.

Qui c’è anche il divario – non è una contrapposizione, Dio me ne guardi di cadere in queste polemiche – fra i Gesuiti e gli Scolopi. I Gesuiti erano nati per un altro scopo, in una società un po’ diversa. L’obiettivo, ridotto al nocciolo, della Compagnia di Gesù, era quello di conquistare una società che si era staccata dalla cristianità medioevale, dopo lo scisma protestante e per l’incipiente rivoluzione scientifica. In questa situazione occorreva conquistare la società laica, garantendo la fedeltà alla Chiesa delle classi dirigenti perché, quando si conquista un dirigente si conquistano diecimila persone. I Gesuiti crearono collegi per la classe dirigente del tempo, lasciando al loro destino i poveri.

Gli Scolopi entrarono nella società, con l’obiettivo educativo di rivolgersi alla classe emarginata, alla classe povera. Se noi studiamo gli esordi delle Scuole Pie, viene a mente la Teologia della Liberazione dei nostri tempi. Sappiamo che, anche ricondotta alle sue più ortodosse espressioni, la Teologia della Liberazione dell’America Latina è quella teologia secondo la quale il Vangelo annuncia la liberazione dei poveri. Non la liberazione per la vita eterna, ma la liberazione fi da ora, perché la distinzione fra eternità e tempo, spirito e carne, è una distinzione capziosa, che non fa parte del Vangelo. Nel Vangelo l’uomo è uno solo, nella sua totalità. E quindi, liberare l’uomo vuol dire: se è cieco, dargli la vista, se è zoppo, farlo correre, se è malato, farlo alzare, se è morto, risuscitarlo. La liberazione è totale. Possiamo dire che l’intuizione di fondo del Calasanzio, a cui noi stessi dovremmo essere fedeli, in un contesto storico così cambiato, è quella della liberazione.

Quando a un bambino, che non sa ragionare, che non sa giudicare il mondo in cui è, che non sa rispondere alle esigenze della società in cui vive, voi date la conoscenza, gli strumenti per essere un soggetto attivo, lo avete liberato. Avete detto a coscienza inerme, passiva: “alzati e cammina”. La scuola fa alzare e camminare una coscienza.

Questa è la validità perenne della scuola. Vorrei dire, se mi è permessa una divagazione giustificativa, sulla nostra fedeltà al Calasanzio; in un contesto in cui non possiamo dire che facciamo la scuola ai poveri, il mutamento storico ha avuto il suo peso, però noi saremmo menzogneri se continuassimo a rifarci a lui e non ci impegnassimo a viere il processo educativo come un processo di liberazione dell’uomo. Secondo me questo è vero. Non perché uno è figlio di buona società, è un ragazzo libero. Anzi, mi sia permesso di dirlo, più un ragazzo cresce in una società integrata, dove ha tutto quello che vuole, più è schiavo. Non riesce a pensare da sé, pensano a tutto i genitori. Gli preparano un posto. Gli manca l’autonomia effettiva. Sotto le parvenze della libertà c’è una passività morale gravissima. Educare un borghese non vuol dire esserne al servizio, vuol dire svegliarlo, metterlo in condizione di giudicare da sé il mondo, senza ispirargli antagonismi verso nessuno, ma facendogli percorrere la via della libertà. L’educazione è itinerario della libertà.

Un altro aspetto degli Scolopi, che enuncerò per cogliere quello che noi chiamiamo il “carisma” degli Scolopi, è quello che chiamerei la laicità. La laicità, che è un’altra cosa dal laicismo, parte dal riconoscimento che c’è un valore comune agli uomini, quali essi siano – cristiani, mussulmani, ebrei, atei – ed è la coscienza. Mi viene in mente, tanto ormai il richiamo a Colombo è inevitabile, che al di là dell’Atlantico gli Spagnoli volevano convertire gli indigeni alla fede cattolica con la spada, massacrando. Ma ci furono alcuni che non fecero così. Penso alla grande figura che se fossi Papa (si fa per dire) farei subito santo, il domenicano Bartolomeo de las Casas, che proprio negli anni di Colombo, e subito dopo, intraprese una lotta per difendere i diritti degli Indios, il loro diritto ad essere se stessi, e voleva che la conversione fosse una scelta di libertà e non un’imposizione. Altra figura eminente è il grande teologo e giurista De Victoria che è il fondatore del diritto internazionale, conosciuto nella storia del diritto come colui che iniziò questa presa di coscienza giuridica che è il vanto del nostro tempo: ogni uomo in quanto tale ha dei diritti.

Che significa rispettare questo principio dentro la Scuola? Significa fare una scuola laica, senza dare alla parola nessuna pregiudiziale antagonistica, ma dando invece il primato alla libertà della coscienza.

Il Calasanzio osò avere nella propria scuola anche degli ebrei, senza che questo rappresentasse un disagio per gli insegnanti e, a quanto pare, per la comunità ebraica. Questo è molto importante. Sappiamo che il Calasanzio estese il rispetto per la libertà in maniera molto ardita, accogliendo anche uomini colpiti al Sant’Ufficio. Basti pensare al grand filosofo Tommaso Campanella che, appena uscito dalle prigioni del Sant’Ufficio, dove aveva trascorso ben ventisette anni, fu ospite degli Scolopi; anzi, il Calasanzio gli affidò il compito di educare i chierici. Sconsideratezza o ardimento? È ardimento. È il rispetto della coscienza. Calasanzio non faceva queste cose per via dotta, come avevano fatto decenni prima Erasmo e Tommaso Moro, ma per intuizione evangelica.

C’è poi una terza caratteristica della nostra tradizione. È proprio in virtù di questo rispetto della coscienza e quindi della ragione, di questo rispetto della laicità dell’esistere pur all’interno di una fede, che Calasanzio volle che la sua famiglia religiosa, ne frattempo approdata a Firenze, si facesse partecipe della grande avventura scientifica di Galileo Galilei. Gli Scolopi e Galilei hanno un legame molto stretto e questo non come deviazione dalle origini, ma come realizzazione di un programma di apertura che il Calasanzio con semplicità e profondità, volle promuovere. In questo senso noi abbiamo alle spalle un’eredità importante ed è proprio per questa eredità, a cui siamo rimasti più o meno fedeli, che gli Scolopi si trovano inseriti in maniera spontanea nei processi di crescita della società civile.

Nel Risorgimento, gli Scolopi si trovarono in linea con le esigenze di cambiamento della società italiana, mentre i Gesuiti – vado avanti grossolanamente, schematizzando – erano legati all’ancien regime, alla sopravvivenza dello Stato Pontificio, della vecchia società monarchico-nobiliare. Questo è dovuto al legame stretto che gli Scolopi hanno avuto, fin dalle origini, con la società emergente, con le classi emergenti, perché no c’è una classe benedetta da Dio per tutti i secoli dei secoli. Questo sarebbe un concetto sacro della storia che dobbiamo laicamente ripudiare. Ci sono classi che per il cambiamento della società assumono un ruolo creativo, egemonico. Passa anch’esso, ma c’è i un certo momento storico.

Non c’è dubbio che la storia moderna è la storia della classe borghese, che ha portato avanti rivoluzioni straordinarie, a cui si è contrapposta la classe nobiliare.

Ricordate lo scenario della convocazione degli Stati Generali, alla vigilia della Rivoluzione Francese, in quel fatidico 1789. Davanti al Re c’erano tre Stati: il Clero, la Nobiltà e il Terzo Stato: la borghesia.

Il Quarto Stato no c’era nemmeno. Il Clero era una porzione della società ed era accanto alla nobiltà. Il legame fra nobiltà e clero non risale al Medio Evo. Essere con il Terzo Stato, cioè con la borghesia, voleva dire rompere uno schema anche ecclesiale. Non dimentichiamo che i Vescovi francesi erano quasi sempre la classe nobile. Questa alleanza con la borghesia, come classe emergente, è una costante degli Scolopi, anche quando questo voleva dire rompere con gli schemi del passato. Ecco perché il Risorgimento Italiano ha offerto agli Scolopi l’occasione di una pagina di gloriosa complicità educativa, più che politica vera e propria. Sappiamo che a Curtatone e a Montanara c’erano alunni degli Scolopi che vollero andare volontari. Dico questo soltanto per cogliere il proprium della famiglia nata dal Calasanzio, che ha vissuto con fedeltà l’intuizione delle origini.

Certo, adesso si apre dinanzi a noi una società molto nuova. Domandarci che significa in questo 1992 vivere il carisma calasanziano è una domanda che tocca le corde dolenti della nostra coscienza. Noi, eredi di quella eredità grandiosa, ci domandiamo: che fare? Intanto il primo principio è rimanere fedeli – e voi dovete aiutarci in questo, e certo ci aiutate – a questa funzione liberatrice dell’educazione.

È una funzione apparentemente ovvia ma, in realtà, di profondissimo significato e non facile. Un educatore può stare su una cattedra con due atteggiamenti. Uno per conformare gli alunni alle idee della società. È, come si direbbe oggi, un’educazione all’omologazione. Un ragazzo arriva in classe e quando esce ha tutte le idee necessarie per avere successo. Per me questa non è un’educazione. Ma si può sedere a questo posto guardando una coscienza e facendo di tutto per renderla libera, capace di giudicare e decidere, senza prestabilite scelte. Questa è un’educazione liberatrice e questa è conforme al carisma calasanziano, anche se avviene nell’ambiente borghese. Ma poi sappiamo, ed è bene che lo dica per chiudere, alla famiglia calasanziana, certo ormai sparuta, provata anche da mancanza di rinnovo di vocazioni, i segreti di Dio sono tanti, che il Trastevere di oggi non è lungo il Tevere. Il Trastevere di oggi è lugo i tanti fiumi della terra dove ci sono ragazzi che muoiono. Certo non tocca a noi essere ovunque, però sappiamo che molti dei nostri confratelli passano gli oceani, vivono fra i poveri dell’Africa e dell’America Latina. In qualche modo essi sentono il bisogno di dare, alla fine del secondo millennio, un’attuazione alla intuizione profetica del Calasanzio, misurata sui nuovi bisogni dell’umanità. E credo che voi dovrete aiutare, visto che la riconoscenza vi spinge a sentirvi legati alla nostra famiglia, questo nuovo momento della nostra sotira.

Condividi con i tuoi